Nino Buonocore si racconta

martedì 02.07.2013

Con l'occasione dell'uscita del suo nuovo album Segnali di umana presenza abbiamo intervistato Nino Buonocore per farci raccontare un po' più di lui e del suo percorso discografico dagli anni '80 in poi.

Che legame c’è tra il tuo nuovo album Segnali di umana presenza e i tuoi ‘vecchi’ lavori? E quali sono le differenze? E’ possibile staccarsi completamente dal passato o comunque ci si porta sempre dietro un pezzo di quello che si è già fatto?

C'è sempre un legame costituito se non altro dall'effetto che produce crescita artistica ogni esperienza nuova. Mi piace mettere a confronto i lavori fatti in precedenza e verificare se il mio modo di fare musica si è evoluto proprio come tutta la mia stessa vita. Sarebbe davvero triste constatare il contrario. Tuttavia è bello conservare lo spirito delle cose migliori realizzate. Senza cadere mai però nella loro riproposizione mera ed inutile.


Hai aperto gli anni ’80 con il QDisc Acida e una title track piuttosto incisiva nel racconto. Copertina casual, maglietta bianca e occhiali scuri. Che tipo eri a quell'epoca? E’ vero che da bambino tutti pensavano che saresti diventato un letterato?

In realtà la mia attitudine alla lettura ha spinto i miei a sperare un po' troppo nella mia brama di scrittore. Ma ho trovato grazie a questa altrui convinzione uno stimolo ed un modo per esprimermi anche se attraverso un linguaggio estremamente sintetico quale è la canzone. In merito alla maglietta posso dirti che a quell'epoca c'era molta più attenzione alla cultura e spesso il mio modo di vestire rispecchiava il mio modo di concepire la vita: più sostanza che forma.


Nel 1982 esce Yaya. Primo vero LP, la copertina ti vede davanti alle porte di un treno della metropolitana, con giubbotto di pelle nero e jeans. In testa le cuffie del walkman. Cosa ascoltavi in quel periodo e come giudichi la musica di quegli anni?

Potessi tornare indietro rifarei tutto, malgrado le difficoltà. Però continuo ad avere molta tenerezza nei confronti di un Nino che cercava disperatamente un modo per comunicare, spesso difficile da comprendere e per questo forse un po' sottostimato.


Il tuo terzo album Nino in Copertina vede un curioso approccio grafico con te ritratto sulle prime pagine di vari periodici. A chi venne l'idea e come hai vissuto quella moltiplicazione di immagini?

Fu un'idea di Mario Convertino, un genio della comunicazione visiva. Una copertina tra l'altro costata un botto di quattrini. La mia musica è sempre stata molto eterogenea, dettata dalla mia fortissima curiosità. Mi piace passare dal jazz al pop alla bossanova con la disinvoltura di un bambino avido d'avventura. Quella copertina la ritengo sempre attuale… perché io sono rimasto così.


Quel disco coincide con la tua prima partecipazione al Festival di Sanremo. La canzone è Nuovo amore, eliminata dalle giurie ma con un buon apprezzamento da parte di pubblico e critica. Come fu l’impatto con una manifestazione che (si dice) mette in difficoltà anche i professionisti di lungo corso?

Fu un'esperienza molto divertente. Il mio approccio alla manifestazione fu davvero disincantato. Tant'è che nemmeno mi accorsi di essere stato eliminato, pensavo che tutto fosse finito comunque lì, dopo la mia esibizione.Quando in seguito, la canzone raggiunse il milione e mezzo di copie vendute in Sud America, cantata per altro da un cantante molto noto in quei paesi in quel periodo, mi resi conto ancor di più di non aver sbagliato il mio approccio… visto il risultato delle votazioni della giuria!


Il 1984 è invece l’anno di un disco omonimo che contiene almeno un paio di canzoni poi entrate nel tuo repertorio più conosciuto: Soli e Io mi inventerò. Giacca e cravatta, sportivo. Un segno metaforico del primo passo verso la maturità artistica e, magari, personale?

Non so, può darsi. Ma non mi sono mai preoccupato di vestire anche il mio pensiero. Io vesto il corpo di cui sono costituito. Ma il mio pensiero è spesso nudo e alla ricerca costante di un vestito che probabilmente non troverà mai perfettamente adeguato. Quello è forse uno dei miei dischi meno intensi. Probabilmente il passaggio alla mia nuova casa discografica mi creò delle responsabilità che non sono riuscito poi a gestire nel migliore dei modi. Ma credo che sia tutto sommato un buon album nonostante l'assenza di picchi creativi.


A questo punto ti prendi una pausa di quattro anni fronte album con nel frattempo i Festival di Rosanna e Le tue chiavi non ho. Cosa succede nel periodo che precede l’uscita dell’album Una città tra le mani? Per la prima volta scompari dalla copertina di un tuo album e compare un gatto. Un caso o la decisione di mettere altro in primo piano rispetto al personaggio Nino?

Il gatto è l'animale che più mi somiglia caratterialmente. E' sornione, curioso fino al punto di mettersi nei guai. E' assolutamente indipendente ma bisognoso di coccole frequenti. Nella vita sono fatto così e sono anche orgoglioso di come sono. Il periodo che precede "Una città tra le mani" è molto ricco di accadimenti. Mi sposo e comincia una nuova vita per molti aspetti. In effetti ero sempre stato estremamente geloso della mia solitudine e pensai che obtorto collo da quel momento avrei dovuto condividerla in qualche modo con qualcuno. Fortunatamente la cosa provocò in me la voglia di affacciarmi molto di più al mondo e alle relazioni compreso pure le variegate possibilità di confronto con musicisti di provenienza diversa dalla mia. Ne nacque così un album che per certi versi segna il vero cambio di rotta di tutta la mia carriera.


Una città tra le mani segna di fatto l’inizio di un nuovo corso musicale, con la ‘scoperta’ delle sonorità jazz che ti sei portato dietro fino ad oggi. Come si fa a tenere il giusto equilibrio tra un certo stile più di nicchia e un messaggio da comunque far arrivare al pubblico più ampio possibile?

Aggiungo al discorso di cui sopra il fatto che non ho mai provato disagio a contenere dentro il mio modo di fare musica le tendenze più disparate. Io credo che la "nicchia" sia rappresentata spesso dalla mancanza di coraggio di affrontare un pubblico più ampio. Una canzone bella ritengo che abbia la stessa presa emotiva sull'uomo della strada e sul musicofilo più evoluto. Non smetto mai di considerare la musica come un'arte e quindi scevra da qualsiasi esercizio prettamente stilistico. La musica deve essere libera. Solo così può a sua volta insegnarci ad essere "liberi".


Qui chiudi il decennio per aprirne uno nuovo inaugurato dal grande successo di Scrivimi e dell’album Sabato Domenica e Lunedì, disco che tocca tematiche personali (pensiamo a un brano come Prima di dormire) e sociali (La terra dei diamanti). Quanto è stato importante questo lavoro e si può dire che con esso il musicista Nino Buonocore sia ormai diventato adulto?

Non so se diventerò mai adulto. Perché metto sempre in relazione l'essere adulti con l'essere maturi. Io credo di dovere imparare ancora tantissimo e la cosa mi riempie, fortunatamente, ancora di curiosità. Con la crescita individuale arriva anche la crescita artistica e comincia forse inconsapevolmente un processo di scrematura che ti porta a prediligere dei temi piuttosto che altri. Altro fatto ancora più interessante che avviene durante questo lento processo è che tendi a parlare più volentieri di te stesso. Ed è questa forse la magia che avviene. Parlando di te stesso arrivi a parlare con tutti e di tutti. Perché ritengo che in fondo tutti abbiamo più o meno le stesse debolezze, gli stessi disagi, ed anche lo stesso modo di intendere l'allegria.


Dopodiché arrivano La naturale incertezza del vivere e, ancora dopo qualche anno, Alti e bassi. Due titoli che dimostrano una malinconia di fondo, almeno apparente, stemperata poi da Libero passeggero tuo penultimo album. Qual è il tuo stato d’animo attuale e quanto lo scrivere canzoni, musica e testi, rappresenta una valvola di sfogo per chi compone?

Scrivere canzoni è un po' come scrivere il proprio diario di bordo in questo meraviglioso viaggio che è la vita. E' prima di tutto un'esigenza forte ed incontrollabile per uno come me, timido e molto riservato, che ha dovuto faticare non poco, proveniente da una famiglia molto umile, per fare in modo che il mondo si accorgesse della sua presenza e permettesse la sua interazione. La malinconia alla quale ti riferisci credo sia propria delle persone introverse, ma se ci fai caso, scrivere rappresenta per me anche una ragione per esorcizzarla. Infatti mi sto convincendo sempre di più che avere un atteggiamento positivo e propositivo aiuta a instaurare un rapporto migliore con la malinconia, debellandone tutti gli effetti peggiori e impreziosendone la poesia e la profondità d'animo che sviluppa.


Chiudiamo da dove abbiamo cominciato, ossia il nuovo album, accolto con grande favore dal pubblico stando anche ai commenti sulla tua pagina Facebook. “Ci sono buone idee da liberare, basta trovare un modo per comunicare”, canti ne Il lessico del cuore. Credi che, a seconda delle idee, tra i modi possano esserci anche quelli di nuova generazione come i social network o ti riferisci ad altro? E qual è in tutto questo il ruolo del ‘cuore’?

​Le idee da liberare (è proprio il caso di dirlo) sono tante e ancora confuse. Ma sono convinto che sono l'unica risorsa concreta che in questo tempo così mediocre sotto tutti i punti di vista possiamo mettere in campo. E serve una rete mediatica che possa diffonderle e consentire il più ampio confronto sulle stesse. Dobbiamo uscire dalla grettezza della difesa strenua del proprio piccolo giardino nonostante sia costantemente all'ombra. Dovremmo cominciare invece a pensare ad un immenso giardino condiviso da tutti sotto un bel sole! I social network, a mio avviso, rappresentano solo una prima fase sperimentale delle possibilità che la rete offre. Ma attenzione! Recuperiamo prima le nostre vere identità, perché non ha senso indossare una maschera per apparire paradossalmente poi peggiori. Io credo fermamente nell'uomo e nella sua intelligenza ed umanità. Se partiamo tutti da questa consapevolezza, attivare poi un lessico del cuore che ci consenta di avvicinarci finalmente tutti sarà del tutto naturale.

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