Lo zucchero e il sale: il ritorno di Stefano Sani

mercoledì 08.05.2013

Torna Stefano Sani e lo fa con un disco che si lascia alle spalle il grande successo di Lisa, una figura presente nel nuovo album Lo zucchero e il sale solo grazie ad alcuni azzeccati intermezzi telefonici. Il giovane interprete che aveva esordito con il botto nel 1982 torna dunque oggi all’attenzione del pubblico con un disco interessante, dalle molte sfaccettature sonore e vocali, di cui è produttore esecutivo e co-produttore musicale, nonché autore di molti dei brani. Qui di seguito, vi riportiamo alcune note inviateci direttamente dal suo staff per descrivere le intenzioni di questo nuovo progetto, ricco di emozioni e suoni veri. A cominciare dal brano L'uomo caduto che lo scorso anno aveva anticipato il disco.

E' un nuovo percorso in cui vengono affrontati molti argomenti che fanno perno su due concetti di fondo che a volte si intersecano e a volte camminano paralleli: il concetto ossimorico dell’equilibrio instabile (visualizzato nell’iconografia della cover) ed il concetto di tempo. Il tempo (che compare indicativamente anche in alcuni titoli dei brani e ricorre nei testi) è descritto a corollario di molti brani: tempo che si vorrebbe fermare; tempo che si annulla nei sogni che sono privi di coordinate temporali; tempo che si chiude in se stesso, quasi a definire un circolo entro il quale non possono realizzarsi desideri inconfessati; tempo che si dispiega invece in modo lato e che accompagna la difficoltà di dover scegliere la strada più appropriata per l’affermazione del proprio io, accettare le differenze, fugare i pregiudizi di qualunque natura essi siano. Tempo regalato a momenti idilliaci o riflettuto in quello ‘cosmico’. Insomma un tempo anfibio, ameboide, proteiforme e a volte contratto, che in fondo partecipa e scandisce gli episodi della nostra vita. Il tempo infatti ‘fotografa’ ed ‘incornicia’ i vari brani che raccontano momenti di vita, sensazioni, emozioni, desideri, prese d’atto, fragilità, inquietudini. E tutti questi concetti si fondono con la mancanza di certezze – proprie della contemporaneità -, di punti fermi cui ancorarsi nella vita reale come in quella interiore.

Tutto il disco ascoltato in sequenza, può essere letto anche come una sorta di ‘romanzo musicale’ le cui canzoni ne rappresentano i capitoli, in cui il protagonista, l’io narrante/cantante, ripercorre momenti della propria vita. Dalla presa di coscienza di un rapporto che si sta sfilacciando ma che continua a mantenersi, al dolore consapevole della perdita e della volontà di rifarsi una vita e aprirsi a nuove esperienze, non prima di essere passato attraverso il tunnel del ‘male oscuro’. La volontà di riemergere è data da un incontro di esondante desiderio ma non coltivabile a causa di personali ‘leggi’ morali. Una prima soluzione è rifugiarsi nel sogno, nel recupero di una intimità quasi fanciullesca, per poi prendere finalmente le redini della propria vita e, da adulti consapevoli, decidere di scegliere non solo la propria dimensione ma, per metafora, ‘denunciare’ la discriminazione per le differenze in senso lato. In questo ‘tessuto narrativo’ si inserisce ad hoc Ha tanti cieli la luna (Renato Zero) di cui Stefano ha dato una personale rilettura.

Per il ‘colore’ del suono del disco si sono adoperati prevalentemente strumenti veri e i brani, prima del lavoro in studio, sono stati provati a lungo con la band: affinati, sedimentati, tagliati, montati e rismontati fino a quando non hanno preso la forma attuale. Il ‘sapore’ che era intenzione veicolare si sostanzia nel restituire delle atmosfere live, senza utilizzo di loop né sequenze. Un album ‘essenziale’ sotto il profilo sonoro, anche per la minima presenza di cori. Insomma un album ‘intimo’: nei brani, nei temi, negli arrangiamenti.

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