Walter Foini si racconta a Ottantaedintorni.

mercoledì 25.03.2015

In esclusiva per Ottantaedintorni Walter Foini si racconta ripercorrendo tutta la carriera fino ad arrivare alla produzione attuale. Ringraziamo l'artista per la sua disponibilità!

OTTANTAEDINTORNI: Cominciamo con i tuoi esordi. Dato per scontato il forte impatto evocativo della tua voce black come sei arrivato a questa professione?

WALTER FOINI: Sono quelle cose che o hai dentro fin da piccolo o c’è poco da fare. Certo, uno può andare al conservatorio e diventare un buon musicista oppure a lezioni di canto ed imparare la tecnica, ma la capacità interpretativa e di espressione è qualcosa che deve venire da dentro. Anche in questo periodo ad esempio ci sono molte voci nuove ma mancano, a mio parere, l’intenzione, il ritmo vocale e la “grana di voce”. Riescono magari a cantare discretamente un pezzo in inglese, ma quando si tratta di brani italiani dove entrano in gioco sfumature e interpretazioni particolari, le cose diventano troppo complicate.

OTTANTAEDINTORNI: Raccontaci qualcosa in più del tuo gruppo “Le anime”.

WALTER FOINI: In realtà il primo gruppo in cui ho cantato sono stati “I Crisantemi” poi nel 1966 mi sono aggregato a “Le anime”. Come puoi notare nomi entrambi molto allegri come usava in quel periodo!
Con me c’era un chitarrista di grande talento: Claudio Bazzari, ora specializzato in blues/country ma che ha sempre spaziato su tanti generi. Quando mi è stato proposto di entrare a far parte delle Anime io ero in realtà avviato all’istituto tecnico e avrei dovuto diventare disegnatore progettista, mio padre a quel punto mi chiese cosa volessi fare della mia vita avvisandomi che la strada della musica sarebbe stata senza ritorno. Ovviamente ho scelto la musica. Il singolo d’esordio fu “Mi si spezza il cuor” cover di “Take a Heart” dei Sorrows e riscosse un notevole successo. Il gruppo si è sciolto a causa della mia partenza per il militare.

OTTANTAEDINTORNI: Il tuo primo singolo da solista “In via dei giardini” fa già intuire una certa volontà di percorrere nell’ambito delle sonorità pop strade alternative rispetto alla musica di quel periodo: arrangiamenti con sfumature jazz e progressive ne sono un esempio. Traggono ispirazione da qualcosa in particolare o fanno parte del tuo sentire musicale?

WALTER FOINI: Premesso che non ero e non sono un grande ascoltatore di musica italiana, mi piacevano gruppi come gli Equipe 84 che come è risaputo facevano cover di grandi successi di musica straniera. Io però non volevo fare cover, avevo una grande spinta compositiva e volevo sfruttare la mia estensione e la profondità della mia voce. Tra i primi ad accorgersi di me ci sono stati Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. In quel periodo c’era un gran fermento in RAI e molti volevano dare un volto a questo nome che cominciava ad imporsi. Si è cominciato con un po’ di promozione e poi è arrivata la vittoria a Castrocaro nel 1976 nella sezione giovani. Già allora mi venne da ridere… visto che avevo già 28 anni e facevo musica da almeno 10 anni! Poco dopo ho conosciuto Niko Papathanassiou, il fratello di Vangelis, che è diventato il mio produttore aprendomi gli occhi sulle mie reali possibilità e dandomi carta bianca sulle scelte artistiche.

OTTANTAEDINTORNI: Parliamo della collaborazione con Alberto Salerno da cui nascono “Compro tutto” e “Una donna una storia” con la produzione proprio di Papathanassiou, due LP che hanno riscosso un enorme successo e sono ancora adesso dei punti fermi per tutti i tuoi fan e non. Hai qualche aneddoto da raccontarci?

WALTER FOINI: Alberto Salerno era un autore già affermato ed era reduce dal successo di “Io vagabondo” dei Nomadi. In quel periodo l’ambiente nelle case discografiche era più informale e capitavano incontri casuali. Siccome con “Le anime” avevamo fatto un provino alla Ariston (che allora aveva in scuderia la Vanoni, Patty Pravo Matia Bazar…) e avevamo preparato un pezzo (peraltro inedito) “Mani in tasca” a cui mancava il testo, Adriano Solaro della Warner mi segnalò Alberto Salerno. Nacque così una collaborazione da cui poi scaturirono proprio “Compro tutto” e “Una donna una storia”. “Compro tutto” è nato a tre mani: Gianni Dall’Aglio (batterista strepitoso ed estroso), il sottoscritto e Alberto Salerno. E’ un LP a cui sono molto affezionato e sinceramente avrei voluto cambiare il testo di un pezzo che amo molto: “Nel tempo”. Avrei preferito un testo con tematiche inerenti al sociale secondo me più adatto ad una struttura musicale così articolata.

OTTANTAEDINTORNI: La svolta del 1979: nasce Faccia di Luna con la firma di Luigi Albertelli. Com’è iniziata la collaborazione con uno degli autori italiani più prolifici?

WALTER FOINI: Tutto è nato in casa discografica (Polygram n.d.r.). Albertelli arrivava da grandi successi commerciali e incontrandomi nel 1975 mi disse: “Tu hai la voce similare a Giampiero - Drupi (Giampiero Anelli n.d.r.) perché non scrivi qualcosa per lui?” Così ho scritto due brani che hanno avuto un grande successo nei mercati dell'est: “E la musica va” e “Mamma luna”. Da quel momento in avanti in poco tempo diventò il mio produttore e autore dei testi.

OTTANTAEDINTORNI: Parlaci del tuo rapporto con il Festivalbar e con il Festival di Sanremo.

WALTER FOINI: L’idea delle partecipazioni al Festivalbar, come spesso succede, è nata per caso. Mi trovavo nell’ufficio di un Label Manager che mi chiese: vuoi andare al Festivalbar? Figurati se un artista dice di no… La partecipazione del 1978 con “Una donna una storia” fu un successo enorme. Poi, negli anni successivi, è arrivato un Direttore Generale (dalla FILA) che non aveva mai lavorato nel mondo della musica. Ovviamente questo manager rivoluzionò l’impostazione secondo i suoi gusti personali. Quando una persona ha potere condiziona le scelte artistiche. Per due anni mi è stato proposto Sanremo… ma io non ho un buon rapporto con il concetto di gara canora… La motivazione è questa: succede di vedere ed ascoltare uno bravo ma poco carismatico oppure che lascia trasparire qualcosa che colpisce negativamente il pubblico… la canzone a quel punto passa in secondo piano e viene penalizzata. E questo è un peccato.
Ad esempio “Vado via” di Drupi che è arrivato ultimo, l’hanno dovuto scoprire le radio francesi prima di avere successo in patria. Anche “Donne” di Zucchero che è una bella canzone è stata penalizzata dal personaggio di allora. Le giurie sono composte da pochi intenditori con dei gusti molto popolari. E poi gli artisti venivano selezionati secondo questo metodo: si aspettava che dall’estero arrivasse qualche novità e si cercava qualcuno che gli assomigliasse.

Un esempio eclatante di incapacità di trattenere i propri talenti l’ha avuto una casa discografica (non dirò il nome) che ha avuto in scuderia il chitarrista dei Deep Purple, Burt Bacharach e Bill Conti.

Un grande personaggio della musica di quegli anni è stato invece Ennio Melis della RCA. Veniva da una storia complessa ma quello che ha fatto per la RCA è stato pazzesco. Inaugurò un laboratorio (il Cenacolo n.d.r.) dove si ritrovavano una serie di big: Venditti, Dalla, Morandi, Baglioni, De Gregori, Graziani che si scambiavano dati, idee e si confrontavano come si fa quando si è giovani. Ci si metteva lì e si cresceva, senza copiarsi, ognuno inseguiva il suo sogno e cercava di realizzarlo. Alla base di tutto però c’era una regia, una persona con grandi doti da talent scout. Lo stesso Papathanassiou era così.

In questo periodo storico la regia e la capacità di individuare talenti è venuta a mancare.

OTTANTAEDINTORNI: E la tua recente partecipazione a “I migliori anni”?

WALTER FOINI: Una telefonata tra me e Alberto Radius con cui mi sento ogni tanto. Quando ci sentiamo è come se ci fossimo visti un’ora prima. Gli ho raccontato che stavo componendo e che mi era tornata la voglia di suonare. Il giorno dopo mi telefona dicendomi che mi aveva sentito molto carico… e mi dice… vorresti partecipare a “I migliori anni”? Io dico ovvio! Poi mi ha chiamato un funzionario RAI, ci siamo accordati e ho fatto la mia apparizione.

OTTANTAEDINTORNI: Ecco… così come sei apparso sei però scomparso subito... lasciando i fan senza parole… dipende dal tuo carattere?

WALTER FOINI: Dipende dal fatto che ho rispetto per gli altri e che cerco di pretendere lo stesso. Invece non succede, anzi ci sono artisti che sapendosi in RAI in diretta hanno la smania di apparire. Anch’io ho le mie storie da raccontare, ma penso ci debba essere spazio per tutti!

OTTANTAEDINTORNI: Come descriveresti il tuo rapporto con la musica live?

WALTER FOINI: Qui si deve aprire un altro capitolo. I tempi sono cambiati tantissimo. Oggi fare musica dal vivo è complicato. Gli spazi sono pochissimi. Per salire su un palco devi avere un’agenzia che ti spalleggia. Prima avevo la numero 1 ora non più. C’è comunque da dire che c’è pochissima domanda e dovresti proporre un repertorio completamente nuovo.

Anche ai tempi comunque e in mercati molto attivi come quello inglese i club prendevano l’artista pretendendo che si portasse il fan club. Personaggi come Eric Clapton ad esempio suonavano per pochissimo e garantivano un certo numero di fan.

Un personaggio che invece non agisce in questo modo è il proprietario del Blue Note. E’ un appassionato, il locale è suo e chiama chi vuole.

Sarebbe bello riascoltare James Taylor o Joni Mitchell ma ci vuole un pubblico di intenditori, di veri appassionati.

OTTANTAEDINTORNI: Veniamo alla tua produzione attuale. Qual è stata la fonte per la nuova ispirazione?

WALTER FOINI: La mia produzione attuale nasce dalla collaborazione con Roberto Moiso che ho conosciuto circa 5 anni fa, un pianista jazz eccezionale peraltro poco abituato a masticare il pop. In questi anni abbiamo vagliato tantissimi pezzi arrivando a selezionare una trentina di canzoni con una struttura abbastanza articolata. Magari non come sonorità (ormai è difficile crearne di nuove) ma come arrangiamenti, come messaggio. Ho chiesto a Moiso: vorrei dare un’impronta Jazz ai nuovi pezzi. Come abbiamo detto anche prima, una persona attenta può sentire anche nei miei pezzi precedenti qualcosa che si staccava dalla canzonetta. Con questo non voglio sminuire la produzione italiana. Ad esempio Claudio Baglioni ha scritto delle cose eccellenti. Baglioni tra l’altro mi avrebbe fortemente voluto alla trasmissione di Fazio “Anima Mia” ma per una serie di disguidi non ho potuto partecipare.
Tornando al concetto di canzonetta con la tipica struttura intro/strofa/ritornello/strofa/ritornello a scemare nel finale è un qualcosa che non mi appartiene, nonostante ne abbia scritte alcune anche io (perché uscite spontaneamente). Io sono cresciuto con gruppi come Beatles, Manhattan Transfer, Three Dog Nights, The Lovin’ Spoonful ed è questa la mia scuola.

OTTANTAEDINTORNI: Una nostra curiosità: il brano “Conseguenza di una fine” ci è sempre sembrato complesso e molto differente dagli standard melodici di allora. Ce lo confermi?

WALTER FOINI: Si confermo. L’ho composto nel 1975 con un grande desiderio, quello di fare colonne sonore e quel brano risente molto di questo desiderio. In realtà avrei voluto mettere il brano già in “Compro tutto”, ma il presidente della Polygram di allora (francese) si rifiutò perché mi vedeva come il “bel tenebroso”, quello adatto maggiormente alle canzoni romantiche.

OTTANTAEDINTORNI: Quale supporto preferisci per ascoltare musica?

WALTER FOINI: Preferisco il vinile. Possiedo ad esempio l’acetato dei Pink Floyd “Animal” che è una vera rarità peraltro regalata da un amico che lavorava alla EMI. Ho comunque anche tanti CD, ma considero il suono del CD troppo pulito. Amo le imperfezioni che sanno di vivo, di sentito. Il digitale ha dei suoni perfetti con effetti che migliorano chiunque, anche persone che non sanno per nulla suonare. Anzi se sbagliano usano l’auto-tuner. Per carità può capitare, è successo anche a me però non può diventare la regola.

OTTANTAEDINTORNI: C’è qualche altro artista di quel periodo che stimi?

WALTER FOINI: Si, i primi che mi vengono in mente sono Baglioni, Venditti, Radius e Baldan Bembo.

OTTANTAEDINTORNI: Dopo “Chi?” uscirà un LP?

WALTER FOINI: No, abbiamo in mente un progetto diverso. Ogni due mesi vogliamo uscire con dei pezzi nuovi. Vorremmo tornare al concetto di singolo. L’album sembrava/sembra diventato una cosa quasi obbligatoria ma secondo noi (Foini, Moiso e la RiverRecords n.d.r.) i tempi sono cambiati e c’è bisogno di qualcosa di innovativo.

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