Lucio Battisti

Lucio Battisti: il mito. La prospettiva di Ottantaedintorni.

<<Sotto questo cielo... solo tu resisti... sei come una canzone di Mogol e Battisti>>. E’ questo l’incipit di un gradevole brano del cantautore Andrea Mingardi interpretato assieme a Mina.

E non possiamo che concordare, anzi facciamo di più… ci addentriamo in una vera e propria “selva oscura” sperando di non smarrire la “diritta via”: proviamo a dare una nostra personalissima visione di uno degli artisti più importanti della musica italiana.

Ovviamente cercheremo di sottolineare quanto fatto nel decennio a noi caro, ma riteniamo in questo caso quasi impossibile non analizzare alcuni aspetti relativi all’intera carriera.

Sono tante le cose che stupiscono di Lucio Battisti, ma forse quella che resta più impressa in assoluto è la capacità di essere stato camaleontico, adattando rapidamente lo stile compositivo alle diverse epoche (dai ‘70 ai ‘90) con risultati, a nostro parere, spesso entusiasmanti. Ed è proprio per questo che, se ascoltiamo il singolo d’esordio “Per una lira” e subito dopo “Hegel”, tratto dall’ultimo LP omonimo ritroviamo la stessa ineguagliabile qualità, nonostante i brani siano stilisticamente e temporalmente agli antipodi.

E’ tra le altre cose risaputo che Battisti sia diventato interprete per caso vista la sua scarsa propensione all’apparenza e la voce tutt’altro che affine al bel canto. Voce che non avrebbe probabilmente retto uno stadio o un palazzetto con orchestrazione, ma che in qualche modo riflette la capacità di adattamento di cui abbiamo accennato: con davvero poca potenza Battisti era in grado di una resa e di una sensibilità da lasciare stupefatti. Ne è un esempio quel meraviglioso duetto in RAI nella trasmissione Teatro 10 con Mina. Chi, vedendo e ascoltando, se la sente di confermare le tante critiche che gli furono mosse agli esordi? Penso davvero poche persone.

Non possiamo ovviamente trascurare le grandi collaborazioni di cui si è avvalso (Mogol e Pasquale Panella), ma anche questo particolare ci fa capire quanto fosse intuitivo e selettivo nella scelta dei propri partner di scrittura. Scrittura per cui si vociferava non avesse particolare talento… per fortuna aggiungiamo noi… altrimenti il più che blasfemo paragone con Wolfgang Amadeus Mozart (con le dovute ovvie proprozioni tra musica classica e pop) rischierebbe di reggere. In ogni caso, le scelte legate alla scrittura dei testi risultarono entrambe innovative e vincenti.

Mogol grazie, va detto, ad un evidente empatia con l’artista, dette spazio a creatività e trasgressività rasentando spesso il maschilismo (o definendolo in modo più “politically correct” machismo). Nulla di offensivo per carità, ma non ce la sentiamo di negare quella che per noi è un’evidenza. Alcuni esempi? “Innocenti evasioni”, “Un uomo che ti ama”, “La luce dell’est”, “Nessun dolore” e in realtà molte altre. Certo brani specchio di “normali” avventure, ma con una prospettiva che non tiene in alcun conto il sentimento dell’altra metà della coppia.

Per quanto attiene alle accuse di riferimenti politici (“Il mio canto libero”?) ci spiace ma proprio non riusciamo a trovarne.

Abbiamo brevemente accennato ad una forte empatia tra i due artisti che si è nel tempo cementata grazie alla condivisione delle reciproche esperienze di vita e ad un vero e proprio sentire comune: ne scaturiscono sensazioni che , tradotte in forma canzone, vengono trasmesse senza mediazioni nei brani e sembrano avvolgere e coinvolgere l’ascoltatore.Ne è un perfetto esempio il poetico tre quarti “Perché no” (LP “Una donna per amico” di cui parleremo più avanti) autentico dipinto di scene da vita di coppia.

Con Pasquale Panella (arrivato dopo la brevissima collaborazione con la moglie Letizia Grazia Veronesi in arte Velezia da cui nasce il discutibile LP “E già”) la svolta ha duramente messo alla prova gli innumerevoli fan di questo artista.

Le atmosfere si fanno rarefatte, gli arrangiamenti sintetici e i giri armonici quasi martellanti. Uno stile tra l’”acid jazz” e l’”house” se ci passate i paragoni, anche se ammantato dal consueto “easy listening". Stile che, a nostro parere, ispirerà l’ottimo duo Audio 2 (ammirati e sostenuti da Mina).

I testi di Pasquale Panella rompono completamente con lo stile di Mogol. Criptici, onirici e molto vicini alla forma poesia sono densi di assonanze testuali risultando sempre stimolanti. Volendo azzardare un paragone con il recente passato ricordano certe liriche dei torinesi Subsonica anche se quest’ultime risultano di più facile lettura. Chi volesse approfondire può ascoltare i seguenti brani: “Don Giovanni”, “I sacchi della posta”, “La metro eccetera”, “Cosa succederà alla ragazza” ed “Hegel”.

E i nostri amati ’80?

Riteniamo inizino idealmente con l’LP “Io tu noi tutti” dove spiccano in particolare “Amarsi un po’”, “Si viaggiare” e “Neanche un minuto di non amore”. Sulla sensualità di “Amarsi un po’” pensiamo ci sia ben poco da dire mentre è necessario soffermarsi su “Si viaggiare”. Un brano dal sapore funky in cui la classicità della chitarra si fonde perfettamente con un moderato e piacevole uso dei sintetizzatori. Molto interessante anche l’incastro della melodia spesso in anticipo sulla ritmica lineare.
Medesima anima funky si trova in “Neanche un minuto di non amore”, pezzo dai cambi armonici ed arrangiamenti azzardati.

I testi di Mogol sembrano racconti ed una conferma di questo nuovo stile di scrittura si avrà nel LP successivo: il celeberrimo “Una donna per amico” che, forse a causa della nostra genesi musicale, non possiamo non considerare complessivamente il miglior LP dell’artista di Poggio Bustone. L’LP risulterà assieme a “Il mio canto libero” il più venduto della carriera di questo artista.

Il brano d’esordio “Prendila così” ha già delle stimmate notevoli: ritmo che sembra sempre “in affanno” e atmosfere contrastanti tra il misterioso e il solare con un bel bridge dal sapore ’70. “Donna selvaggia donna” è un brano che rasenta la perfezione: sapore latino, atmosfere cupe ed un certa marzialità del ritornello che ricorda le sonorità dei Goblin di Claudio Simonetti.
Tralasciando “Aver paura d’innamorarsi troppo” e “Perché no” di cui abbiamo già parlato incontriamo un altro pezzo che riesce a toccare l’anima dell’ascoltatore: “Nessun dolore”: introduzione con variazioni cromatiche inquietanti che fanno da preludio ad un’apertura che sembra anticipare una tendenza di pochi anni dopo: la fusione tra la linea melodica e le ritmiche da discoteca.
Qui, bisogna sottolinearlo, Mogol dà veramente il meglio di sé esprimendo una durezza che si intuisce già dal titolo. Tra i pezzi più emozionanti l’inciso “e mi inaridivi e mi inaridivi e mi inaridivi” in cui Battisti sfoga tutta la rabbia interiore nei confronti di un amore evidentemente svuotato.

Sulla qualità di “Una donna per amico” non ci sentiamo di esprimere qualcosa in più di quanto già non sia stato detto. Basti, anche in questo caso, assaporare la perfetta miscela di melodia e ritmica che ne hanno fatto un vero e proprio classico.

Dopo la simpatica “Maledetto Gatto” l’LP si chiude con la suadente “Al cinema” in cui i battibecchi di coppia si fondono con sonorità che ricordano vagamente il Battisti di “Anima Latina”.

Chiudiamo la trilogia “ottanta” con “Una giornata uggiosa” dove spiccano: la title track, “il monolocale”, “Arrivederci a questa sera” e “Con il nastro rosa” forse l’8beat più lineare di tutta la produzione di Lucio Battisti. Rispetto al precedente LP le atmosfere sono più leggere e gli arrangiamenti (ancora del grande Geoff Westley) cominciano ad essere più ricche di sintetizzatori nonostante siano come sempre oltre le aspettative.

Come potete notare da queste produzioni, Battisti non si è proprio fatto mancare nulla, anche se le trasformazioni sonore (e di costume) degli anni ’80 sembrano aver coinciso con la decisione di sparire dalle scene e di liberarsi dal successo accumulato nei decenni precedenti, con un cambio di rotta che definire anticonformista sembra riduttivo.

E qui vorremmo fermarci attendendo i commenti di voi lettori su quanto appena esposto convinti ancora una volta di essere andati già al di là di quanto lecito toccando uno degli argomenti più dibattuti e spinosi della musica pop contemporanea.



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