Intervista a Stefano Sani

sabato 19.12.2009

Un vero artista non può non essere persona sensibile e tra questi, come capirete continuando a leggere, c'è senz'altro Stefano Sani che abbiamo avuto la possibilità di incontrare in occasione di un suo recente concerto tenutosi a Milano. E' stata una lunga chiacchierata in cui il cantante di Montevarchi ci ha parlato del suo presente, fatto di un nuovo disco in uscita dove si cimenta anche in veste di autore, ma ha anche ripercorso il suo passato ed espresso il suo modo di intendere la musica.

Qui di seguito il resoconto di questo incontro che per Ottantaedintorni ha rappresentato un momento estremamente importante, visto che proprio Stefano è stato anni fa uno tra i nostri inconsapevoli ispiratori.

Ottantaedintorni: Partiamo dal presente. Cosa stai facendo adesso?
STEFANO: E' un presente estremamente ricco e molto accattivante sotto il profilo delle aspettative. Nel senso che dopo alcuni anni mi sono rimesso a scrivere e con il mio gruppo ho inciso un nuovo disco con canzoni inedite, escluse due che ho ripreso da due miei album precedenti in quanto mi sembravano ancora estremamente attuali. La prima, uscita questa estate, si intitola L'isola e l'abbiamo riarrangiata e rivisitata sia dal punto di vista musicale che vocale. Scritto da Zucchero, era il pezzo che chiudeva il mio primo album pubblicato nel 1983. Poi ho ripreso un altro brano, da un LP registrato nel 1986, intitolato Delicatamente due e con il quale partecipai al Festival di St. Vincent ottenendo un buon piazzamento.
E poi ci sono le canzoni nuove, che mi rappresentano a 360 gradi perché sono autore sia delle musiche che dei testi, cercando di esprimere quelle che sono state le mie emozioni, quelle del presente e anche certe vicissitudini della vita che ho attraversato e che in qualche modo mi hanno segnato. Per cui ho voluto raccontare qualche episodio che credo possa essere comune a quelli di molte altre persone. Mi auguro che questi testi possano essere un viatico per consentire a tutti coloro che si trovano nelle stesse situazioni ad aprirsi e rendersi conto che possono venirne fuori.

Ottantaedintorni: E' la prima volta che scrivi i testi delle tue canzoni?
STEFANO: No, l'avevo già fatto in precedenza. Però è la prima volta che da uomo maturo mi cimento in tematiche più importanti.

Ottantaedintorni: Parliamo un po' degli inizi...
STEFANO: Oggi con il senno di poi posso dire che sono stati abbastanza scontati, in quanto ho iniziato a cantare piccolissimo avendo una passione in primis per il canto e poi per la musica. L'ho scoperta fin da quando avevo tre anni e ho continuato a coltivarla, cantando ovviamente prima in casa e poi avendo la possibilità di iscrivermi ai concorsi per dilettanti che venivano organizzati verso la fine degli anni '70. Finché, da giovanissimo, ho avuto l'opportunità di partecipare a Castrocaro del 1981 classificandomi al secondo posto. Da lì ho avuto la fortuna di essere notato dalla Fonit Cetra, firmare un contratto e avere a disposizione il brano Lisa (Sanremo 1982), scritto da Zucchero con due autori torinesi, Joe Iozzo e Roby Marsella. L'avevo accettata anche perché non avevo quasi mai cantato una canzone inedita visto che mi esibivo soprattutto come interprete. E' insomma un po' quello che accade oggi ai ragazzi di XFactor o Amici. Conoscevo Zucchero un po' di nome, anche se in quel periodo non era ancora famoso, abbiamo cominciato a collaborare e la casa discografica mi ha presentato a Sanremo tra i giovani.
Non credo che avessero scommesso più di tanto su questa canzone però poi è successo quel che è successo... Si era trattato di un sogno realizzatosi senza troppa fatica.

Ottantaedintorni: Che ricordi hai di quel periodo?
STEFANO: Bellissimi. Il primo Sanremo volevo venir via alla prima prova perché non mi sentivo all'altezza della situazione. In sala all'Ariston avevo visto Mia Martini, Riccardo Fogli, conoscevo appena Vasco Rossi che era nella mia categoria come addirittura Claudio Villa. Feci la prima prova cantando malissimo perché ero molto emozionato e imbarazzato. Mi hanno tranquillizzato e il giorno dopo ho rifatto le prove ed è andata molto bene cantando la sera del giovedì. Il venerdì mattina non potevo più uscire dall'albergo perché era assediato dagli ammiratori. Ed era molto buffo perché avevo già la scorta e io mi chiedevo come mai visto che non mi sembrava di aver fatto chissà che cosa. Però era anche molto piacevole anche se non mi rendevo assolutamente conto di quello che poi sarebbe successo, ossia non potevo più viaggiare in treno, abbiamo dovuto cambiare numero di telefono perché non si dormiva o mangiava più, la mia strada era sempre invasa da ragazzine che venivano e la posta di Montevarchi non ce la faceva più a reggere perché ricevevo tremila lettere al giorno. Per cui mi consegnavano la posta in balle di iuta tricolori. Dopo il primo Sanremo abbiamo fatto un altro singole estivo intitolato Quando lei ritornerà, partecipando alla Vela d'oro di Riva del Garda. Era Lisa due la vendetta...!!! Sempre scritta da Zucchero. Poi essendo io il giovane uscito in modo più eclatante da Sanremo sembrava mi spettasse di diritto ritornare l'anno successivo nella categoria Big e così è stato, con Complimenti. Intanto hanno scoperto che avevo buone capacità di eloquio per cui mi hanno proposto di presentare un programma sperimentale quotidiano su Raitre dalle 18 alle 18.30, chiamato l'Orecchiocchio, nel quale facevo una sorta di musi-telegiornale presentando i primi videoclip e dando anche notizie sul mondo musicale. E' stata un bellissima esperienza che ho condotto per un paio d'anni per poi passare il testimone a Fabio Fazio, una persona che stimo molto. In generale era un periodo in cui ero molto preso, incapace di capire l'importanza del ruolo che avevo nei confronti di chi mi guardava. Perché noi abbiamo un ruolo importante, soprattutto chi fa televisione. Possiamo essere esempio per chi ci sta guardando e quindi è una grossa responsabilità che questo lavoro ci regala e della quale dobbiamo avere molto rispetto. Non si può prendere in giro nessuno o far credere cose come che la vita sia estremamente bella, che tutto si facile e così via. La musica è latrice di messaggi importanti, può essere un modo di educare, di raffinare e far sì che si possano capire delle cose che lette in prosa magari non si riuscirebbe a esprimere in modo così profondo.

Ottantaedintorni: Tornando al secondo Sanremo, quello del 1983, poi cosa è successo?
STEFANO: Dopo l'album ho fatto il primo tour e mi sono stupito quando mi hanno pagato la prima volta. Perché per me cantare era un piacere immenso quindi il fatto stesso che fosse diventato il mio lavoro e io fossi diventato un cantante professionista che viveva di quello che svolgeva in quel momento era strano. Adesso un po' meno. E' un ricordo piacevole perché fa luce sulla bontà e sul grande amore che una persona può avere nei confronti della musica e che non ha nessun tipo di prezzo. La musica non può essere prezzata, diventa un mestiere perché ci sono persone che ti vogliono vedere e quindi bisogna farlo in modo estremamente serio e impegnativo e quindi non ti permette di fare altro. Laddove c'era da suonare per il puro piacere o la possibilità di portare del beneficio a qualcuno io sono comunque sempre andato e ho aderito con disponibilità. Nel mentre mi sono reso conto che era necessaria un po' di gavetta soprattutto sul modo di comportarsi nell'ambiente poiché non è estremamente facile, soprattutto cercare gli equilibri. L'ho capito a mio discapito perché certe scelte che ho fatto hanno poi comportato un mio allontanamento dal mondo musicale italiano e questo mi ha fatto molto riflettere. Per cui per qualche anno ho abbandonato la canzone, pur facendo qualche tour estivo, e ho cominciato a praticare teatro, facendo anche studi specifici a Firenze preparandomi sia come uomo che come musicista e cantante, cercando di ascoltare e affinando sempre di più l'interpretazione, cercando di 'carpire' dai grandi soprattutto il modo di proporre emozioni: tradurre vocalmente l'emozione del testo attraverso l'uso della voce, quindi anche il modo di fraseggiare sotto il profilo melodico, il modo in cui dire le parole, ossia caricarle di una intenzione tale da poter poi far sì che esprimano realmente il rispettivo concetto. Quindi non soltanto il significante mai il significato. Parlo non solo dell'interpretazione della maschera visiva o tecnica ma anche del tirare fuori dalla voce il sentimento che il testo esprime. E' un passaggio non facile e molte volte non è assolutamente indolore, perché devi lacerarti dentro, devi tirare fuori molto di te. Perché non si può cantare senza sentire ciò che si canta. Purtroppo questo spesso invece avviene in modo molto meccanico ed è molto grave.

Ottantaedintorni: Puoi spiegarti meglio?
STEFANO: Io mi accorgo che spesso si canta senza rendersi conto di ciò che si dice. Una magari fa leva sul fatto di essere un bravo cantante, di avere una bella voce, una buona intonazione, ma quello che conta secondo me, se si vuole fare l'interprete, è esprimere attraverso le proprie corde vocali, con la voce e con la musica, ciò che si vuole veramente dire. Quando passa l'emozione te ne accorgi perché a me capita di esserne veramente invaso, mi estraneo completamente da ciò che mi circonda e vivo il film del testo, il suo momento emozionale. Penso che sia una cosa che si maturi con il tempo e l'esperienza. Ti posso dire che ricantando i brani di un tempo che mi sembravano estremamente banali in realtà in essi poteva esserci qualcosa, da leggere tra le righe, altrimenti non sarebbero arrivati. Non si possono colpire le persone che ti stanno ascoltando se non riesci a dare nulla. Passi come pioggia su un impermeabile, scorri via. Se rimane vuol dire che qualcosa è passato, sia visivamente che sotto il profilo della comunicazione non verbale ma vocale, musicale, corporea. Noi siamo un coagulo di espressività che coglie e viene coordinato da tutti i sensi. E' come quando un attore deve entrare nel personaggio, lo incarna in quel momento e in quel luogo, entrando nella parte, vivendo l'emozione e facendo proprie le parole delle battute che nella loro sequenzialità esprimono delle emozioni.

Ottantaedintorni: Se tu dovessi fare un paragone tra il mondo della discografia degli anni 80 e quello odierno?
STEFANO: C'è un abisso. Prima era molto più facile trovare una collocazione discografica. C'erano molti autori mentre oggi sono spariti, sono molto pochi, anche per l'apporto e la considerazione estremamente eccentuata che c'è stata nei confronti dei cantautori. Un fenomeno iniziato negli anni '70 per poi percorrere tutti gli anni '80 e che ha visto un po' la svalutazione di chi era interprete. Questo ha portato al decremento del numero di autori che non erano cantanti e tuttora si dice, cosa che io non condivido assolutamente, che se una persona non scrive i propri brani e non li canta non riesce a trasmetterli. Allora io potrei dire: per quale motivo continuiamo a rappresentare Shakespeare se lui non c'è più? Perché gli attori interpretano sempre dei personaggi, trasmettono le emozioni di pièce teatrali mettendoci del loro. La canzone è sempre un divenire. Quando io canto un brano non lo canto mai allo stesso modo ma a seconda dell'energia che ho in quel momento e che ricevo dal pubblico e da ciò che mi sta intorno.

Ottantaedintorni: Cosa ne pensi di programmi come XFactor e Amici?
STEFANO: Secondo me stanno dando una mano a far sì che vengano fuori interpreti perché comunque i ragazzi si cimentano in brani editi rivisitandoli. Un lato che bisogna cogliere e sul quale si può dare un giudizio positivo è proprio questa possibilità che i ragazzi hanno di non essere relegati a essere solo autori ma anche interpreti. Quindi sperimentarsi, cimentarsi, studiare la propia vocalità e come rendere il testo di brani che non sono stati scritti per loro. Perché un brano vive sempre di una nuova veste e rivive nel momento stesso in cui una persona lo canta. Quelle nei dischi sono cose già fatte è una emozione data nel momento stesso in cui è stata incisa, ma è un emozione "sterile", non viva in quel momento. Questa si può dare solo nei concerti live perché le canzoni si riaccendono nel momento stesso in cui le interpreti.

Ottantaedintorni: Che musica ascolti?
STEFANO: Tutto. Mi piace il rock, l'hard rock, il soul, il R&B, il pop tantissimo, ascolto il jazz... non ci può essere un gusto unico. Come la nostra personalità ha tante sfaccettature anche i nostri gusti possono averle. Mi spiego. Una persona a cui piace la musica non può essere relegata ad ascoltare soltanto un genere perché altrimenti diventerebbe unidirezionale non avendo un ventaglio di ascolti e di esperienza non solo per far musica ma anche di ascolto tale da poter esprimere un un giudizio circa l'esecuzione di un brano piuttosto che lo spessore testuale o musicale di una performance. Perché se non sei esperienziato sull'ascolto o la visione di concerti o dischi non ti puoi fare un giudizio. E' come la cultura che è un coacervo di informazioni ma non a livello scolastico, pedantesco, ma perché ti fai una idea del contesto, di ciò che ti accade e quello che altri hanno detto su un certo argomento. Una volta sedimentate queste informazioni puoi farti una tua opinione.

Ottantaedintorni: Stefano, c'è amicizia nel mondo della musica?
STEFANO: C'è complicità. Amicizia è una parola parecchio grande che racchiude concetti estremamente profondi. Una canzone della Bertè diceva Amici non ne ho. Io direi che non è vero che non abbiamo amici ma nell'ambito dello stesso lavoro l'amicizia (o le presunte amicizie), almeno per quanto riguarda la mia esperienza, mi hanno lasciato un profondo amaro in bocca. Non è facilissimo insomma perché comunque anche se una persona si dimostra un tuo amico e vuole il tuo bene poi alla fine se si fa lo stesso mestiere c'è sempre una piccola invidia e una sorta di pseudo rivalità, qualche volta non pseudo...

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